



Carmen
Da La forza di amare, Amare i propri nemici, SEI.
Martin Luther King

Brano tratto dal libro di antologia Il Colibrì 3.
Adattamento da Boris Ulianich, in La crisi del Golfo, a cura di M. Panebianco, Salerno, Elea Press, 1991.
Lo studioso italiano Boris Ulianich è stato anche senatore negli anni Novanta. Il testo è tratto dagli atti di un Convegno tenuto nel 1991 presso l'istituto di diritto internazionale dell'Università di Salerno. In esso lo studioso sostiene che la guerra è una drammatica realtà che coinvolge migliaia di innocenti. Per questo va contrastata con forza e decisione in nome della Pace.
La guerra non è una partita di calcio a cui si possa assistere comodamente seduti in poltrona davanti ad un televisore, magari facendo il tifo per l'una o per l'altra squadra. A questo ci stanno abituando i mass media.
La guerra è distruzione, morte, è catena infinita di lutti, di sofferenze inaudite, di lacrime, un oceano di dolore. Viene scatenata, si, in questo caso, contro un regime o un uomo che lo incarna, ma, nel concreto, contro la gente, soprattutto più povera e emarginata, che non ha la possibilità di allontanarsi dagli obiettivi militari (ma quali sono, oggi, gli obbiettivi militari?), contro i giovani, che non hanno alcuna colpa, anche se indottrinati, al fronte.
Le decine e, forse, le centinaia di migliaia di vittime senza volto, di bambini, di giovani, uomini e donne di ogni età, ciascuno con un proprio nome ed una propria storia, non trovano posto nei notiziari. La si vuol far passare come la guerra elettronica, invisibile, come wargame.
I fatti gravissimi che stanno accadento, il modo con il quale siamo giunti alla guerra dimostrano che non abbiamo neppure iniziato a mutare radicalmente la nostra mentalità, come veniva richiesto da Gandhi, da Einstein, da Giovanni XXIII, da Martin Luther King, come pure il Consiglio mondiale delle Chiese. Si considera ancora la guerra come in grado di ristabilire l'ordine violato, il diritto internazionale offeso. Si ritiene ancora che attraverso la guerra possa ferminare la pace, l'ordine, la giustizia. Non si può vincere la violenza con la violenza, è Giovanni Paolo II ad averlo ricordato: "La guerra è un'avventura senza ritorno".
La guerra non risolverebbe i problemi, ma li aggraverebbe, perchè "la pace ottenuta con le armi provoca nuove violenze". E' la gente normale, semplice, a vibrare in sintonia con questi giudizi dettati da una grande sensibilità umana ed evangelica. E' ciò che la gente, donne e uomini di ogni ceto, vuol dire quando manifesta per la Pace.
Scritto da Mennyyy, commenti (1)14/04/2009.


Ho visto persone che piangevano per le loro case distrutte, e ho visto persone che, avendo le case intatte, non piangevano neanche per i loro cari morti in altre abitazioni.
Scritto da Mennyyy, commenti (2)08/04/2009.

Risposta alla domanda perchè facciamo la guerra?, da Focus D&R
Il costo delle guerre per la società è enorme. Si calcola per esempio che la guerra in Iraq sia costata finora oltre 500 miliardi di dollari, senza considerare le drammatiche conseguenze sulle popolazioni locali. Ma un comportamento così distruttivo, nel corso dell'evoluzione, avrebbe dovuto estinguersi. Perchè, allora, oggi nel mondo si contano più di trenta focolai di guerra e una cinquantina di conflitti etnici o territoriali?
Utile? Una risposta potrebbe essere, come sostengono oggi molti studiosi, che la guerra ha una sua intrinseca utilità sociale. L'atteggiamento cooperativo necessario per vincere una battaglia è infatti lo stesso che permette ad un gruppo di persone di lavorare insieme per raggiungere un obbiettivo comune. In particolare, i maschi avrebbero sviluppato la tendenza a essere aggressivi al di fuori del proprio gruppo di riferimento e cooperativi all'interno, e questa strategia si sarebbe dimostrata vincente. Secondo gli studiosi del comportamento, molti animali non entrano in conglitto reciproco come noi perchè manca loro la capacità di astrazione necessaria per percepirsi come membri di un gruppo capace di espandere la propria influenza su altri gruppi. L'evoluzione sociale umana ha forse frenato queste tendenze, in quando non più indispensabili per la sopravvivenza, ma il processo non sembra essere arrivato al termine.
Scritto da Mennyyy, commenti 03/04/2009.

Testimonianze di B'Tselem.
Uccisi dalle fiamme nella loro casa bombardata dall’esercito – dalla voce di Ghada Riad Rajab Abu Halima, 21 anni.
Lo scorso 29 marzo, dieci settimane dopo aver fornito la propria testimonianza a B’Tselem, Ghada Abu Halima è morta in un ospedale egiziano per le ferite da contatto col fosforo bianco.
Fino alla settimana scorsa, vivevo con mio marito Muhammad, di 24 anni, e le nostre due bambine, Farah (3 anni) ed Aya (6 mesi) nel quartiere di as-Sifa, a Beit Lahiya. Abitavamo nella stessa casa dei genitori di Muhammad, Sa’dallah e Sabah Abu Halima, entrambi di 44 anni, insieme ai fratelli e alle sorelle di mio marito: Omar (18), Yusef (16), ‘Abd ar-Rahim (13), Zeid (11), Hamzah (10), ‘Ali (4) e la piccola Shahd (1 anno).
La nostra casa aveva due piani: al primo c’erano 250 metri quadri di magazzini, così vivevamo al secondo piano. Noi siamo contadini e possediamo della terra accanto a dove abitiamo.
Sabato sera [3 gennaio, N. d. R.], gli aerei israeliani lanciarono dei volantini invitando i residenti dell’area a lasciare le loro case. L’esercito aveva fatto la stessa cosa durante alcune precedenti incursioni e noi non avevamo abbandonato casa nostra, così anche quella volta decidemmo di fare lo stesso.
Intorno alle 4 del pomeriggio del giorno dopo, mentre tutta la famiglia era in casa, l’esercito cominciò a bombardare la nostra zona. Qualche minuto più tardi, delle bombe caddero sulla nostra abitazione. Scoppiò un incendio, e diversi membri della famiglia morirono tra le fiamme: mio suocero, la sua figlioletta Shahd e altri tre dei suoi figli – ‘Abd ar-Rahim, Zeid e Hamzah.
Mia suocera e i suoi figli Yusef, ‘Omar e ‘Ali soffrirono di ustioni. Il fuoco si propagò in tutte le stanze. Io reggevo mia figlia Farah, e anche noi due rimanemmo ustionate. A me andarono a fuoco i vestiti, e parte della mia pelle e di quella di Farah restò bruciacchiata. Per fortuna, la più piccola delle mie figlie, Aya, non fu toccata. Io mi strappai i vestiti di dosso e urlai che stavo bruciando. Ero nuda di fronte a tutti quelli che erano in casa. Il mio corpo era in fiamme e il dolore era insopportabile. Sentivo l’odore della mia carne che bruciava. Ero in condizioni orribili. Cercavo qualcosa per rivestirmi e non smettevo di gridare. Il fratello di mio marito si tolse i pantaloni e me li fece indossare. La parte superiore del mio corpo restò nuda finché mio marito non venne a coprirmi con la sua giacca.
Quindi corse in strada a cercare un’ambulanza o chiunque altro potesse aiutarci a portare fuori i morti e i feriti. Non riuscì a trovare alcun’ambulanza o veicolo dei vigili del fuoco. Vennero a aiutarci i suoi cugini, Matar e Muhammad-Hikmat Abu Halima, che vivono vicino a noi. Mio marito mi sollevò e Nabilah, sua zia, prese con sé Farah. Un’altra zia, che era giunta anche lei per aiutarci, prese Aya.
Muhammad, Farah, Nabilah con suo figlio ‘Ali, ‘Omar, Matar ed io salimmo tutti quanti su un carretto attaccato alla motrice di un camion. La guidava Muhammad Hahmat, dirigendosi vero l’ospedale Kamal ‘Adwan. Portammo anche il corpo della piccola Shahd. Tutti gli altri, li lasciammo nella casa.
Lungo la strada, vedemmo dei soldati a circa 300 metri dalla piazza di al-‘Atatrah. Muhammad fermò il veicolo, e improvvisamente i soldati aprirono il fuoco contro di noi. Uccisero Matar e Muhammad-Hikmat. ‘Ali fu ferito e riuscì a scappare con Nabilah e ‘Omar.
I soldati dissero a mio marito di spogliarsi, cosa che lui fece. Poi si rimise i vestiti e i soldati ci dissero di continuare a piedi. Lasciammo i tre corpi nel carretto. Mio marito, Farah ed io camminammo verso la piazza, dove salimmo in una macchina che passava di lì. Fummo portati all’ospedale ash-Shifa. Erano circa le 6 del pomeriggio quando arrivammo lì.
Io sono ricoverata ancora adesso. Avevo tutto il corpo ustionato, e anche il viso. Farah ha ustioni di terzo grado. Fummo inviati in Egitto per ricevere altre cure, e quindi cercarono di portarci a Rafah in ambulanza, ma l’esercito sparò contro di noi durante il percorso. L’autista rimase leggermente ferito al volto, e ci riportò in ospedale. Adesso siamo in attesa dell’autorizzazione di partire per l’Egitto.
Ghada Riad Rajab Abu Halima, 21 anni, sposata con due bambini, residente a Beit Lahiya, Striscia di Gaza. La testimonianza è stata fornita a Muhammad Sabah, all’ospedale di ash-Shifa, il 9 gennaio 2009.
Tradotto da Jacopo Falchetta per Infopal